Un paese che vive di potere e che abusa del potere, dove le carriere si basano su frasi fatte e cliché, comizi di vescovi, cerimonie auto celebrative, fiaccolate pacifiche e ben più importanti falò di tessere elettorali in piazza.
Risale al gennaio 2006 il secondo scioglimento del comune di Boscoreale per infiltrazione mafiosa. Tutti ricordano quel periodo: la rimozione del sindaco di centro sinistra Vincenzo Cavaliere, l’insediamento di una nuova commissione straordinaria per visionare e controllare la vita politica e comunale di un paese che, di nuovo, aveva tra i suoi eletti uomini in odore di camorra. La rassegnazione regnava in alcuni animi, la rabbia in altri, l’ansia di non poter costruire i propri castelli di sabbia e cemento in altri ancora.
La Campania, il Napoletano, la provincia vesuviana è divisa in feudi, che lo si possa provare o no. O che lo si voglia dire a voce alta o no. Non sembrano più partiti, ma cosche, non più gruppi politici, ma famiglie affaristiche, quelle che si vedono in giro a pilotare appalti, dispensare consulenze, garantire posti di lavoro nel territorio partenopeo. E la colonna vertebrale del potere è in tutti i paesi la stessa: i contributi, gli appalti pubblici sono strategici per il rilievo politico. Ma tutto ciò non scuote più nessuno e questo non costituisce semplicemente la dimostrazione della relatività dell’indignazione umana.
Da quel lontano gennaio 2006, fino alla nuova elezione dell’attuale sindaco Gennaro Langella, con coalizione di centro destra, avvenuta nell’aprile del 2008, due dirigenti del ministero dell’Interno, membri della seconda commissione straordinaria, hanno determinato le sorti della vita politica Boschese. Oggi, quasi 5 anni dopo il loro insediamento, il viceprefetto Francesco Greco, e il prefetto FrancescoAntonio Cappetta, (oggi prefetto vicario di Pordenone), sono stati rinviati a giudizio per i reati di concorso di persone nel reato e reato continuato, ovvero più violazioni della stessa o diverse disposizioni di legge, reati previsti e puniti dal codice penale con gli articoli 3, 110 e 81, poiché “ procuravano ingiusto vantaggio patrimoniale” a professionisti esterni per lavori di consulenza che il dirigente del settore urbanistico ed assetto del territorio, impiegato del comune di Boscoreale, avrebbe potuto svolgere.
È stato proprio Salvatore Celentano, ex caposettore ai lavori pubblici, a denunciare i membri della commissione e a costituirsi parte civile nel processo. La vicenda è degna di attenzione in un paese che da tempo vive di conflitti e gossip, di corvi che, solitari come rondini, non fanno primavera perché hanno smesso di gracchiare troppo in fretta. Un paese che vive di potere che abusa del potere, dove le carriere si basano su frasi fatte e cliché, comizi di vescovi, cerimonie auto celebrative, fiaccolate pacifiche e ben più importanti falò di tessere elettorali in pubblica piazza. Questo processo, la cui udienza si terrà il 19 marzo aTorre Annunziata, potrebbe scuotere, nel bene e nel male, un paese che ha perso il senso dell’indignazione e della realtà: utile per eliminare la rimozione collettiva dell’ingiustizia e delle ingiustizie che continuano a succedersi sotto il suo cielo. Sempre più nero, sempre più inquinato
È il segnale politico naturale di un sistema partitico e sociale senza più codici, o come direbbero i vecchi, valori. Insieme a Cappetta e Greco, un altro dirigente del comune di Boscoreale, Sergio De Prisco, è stato accusato di “falsità materiale e ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici”, “delitto tentato” e “abuso d’ufficio”, reati puniti dagli articoli 476, 479, 56 e 323 del codice penale, perché “ in qualità di dirigente del settore tecnico del Comune di Boscoreale, quindi di pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni”, per la selezione del professionista a cui affidare l’incarico per la direzione dei lavori di opere e manutenzione delle scuole comunali, “attestava falsamente che la direzione dei servizi di ingegneria per i lavori in oggetto non poteva essere affidata al personale tecnico interno in quanto lo stesso era impegnato in alcuna attività (mentre invece l’architetto Celentano Salvatore non era impegnato in alcuna attività)”.
Queste le parole che costituiscono i capi d’accusa pendenti suoi tre imputati, sui quali hanno indagato e continuano ad indagare i carabinieri del gruppo di Castello di Cisterna e i giudici del tribunale di Torre Annunziata. Reati gravi, per alcuni dei quali la pena prevista è da 1 a 6 anni. Nessuno cadrà nella tentazione dello sciovinismo giustizialista perché, come dice un giornalista, “nella politica, come nella vita, la semplificazione è menzogna”. Servirebbe però la pazienza analitica, intellettuale della comunità boschese, una comunità che sembra aver perduto per sempre la sua capacità identitaria, che ha finito per credere che nella vita, come nella politica, vince sempre e solo chi ha saputo truccare meglio le carte.
“Procurare ingiusto vantaggio patrimoniale” a collaboratori e-sterni, e non far svolgere all’architetto Celentano il lavoro per cui era stato assunto, è costato alle casse già esigue del Comune di Boscoreale, e quindi alla stessa comunità boschese suddetta, la cifra esorbitante di 120 mila euro. Altri architetti, tre architetti, hanno usufruito di soldi che appartenevano al Comune: cioè, ancora una volta, alla comunità. Non si usa la parola corruzione senza avere la sensazione e, soprattutto, le prove di star usando la parola giusta. E, in ogni caso, la corruzione è sempre notizia di ieri. Ma si può usare la parola contaminazione: perché il mondo è semplice, ma i suoi meccanismi no. La politica, e purtroppo si intende sempre più spesso con questo termine la cattiva politica, non è onnipotente, ma onnipresente. Prima di essere giudicata dalla giustizia però, la politica può essere giudicata dalla realtà: da quella comunità addormentata nello stallo alla messicana. Che si sveglia solo quando gli avvoltoi volano sulla discarica e si riaddormenta solo se gli usignoli, di destra e sinistra, ripetono che loro si batteranno “per cambiare le cose”.
A Boscoreale la politica, la giustizia, addirittura la commissione straordinaria sembra, o può, essere un problema, e non, come sarebbe dovuta essere, la soluzione del problema. In questo sottobosco di faccende ombrose, in cui il prestigio si misura dai favori e non dall’etica di ognuno, è evidente un fatto sopra tutti gli altri. Boscoreale ha pagato con un prezzo altissimo la sua dipendenza ai vincoli e alle necessità di mutua dipendenza: con la società civile. Con la comunità boschese, ferma nello stallo alla messicana. Manca, come sempre, quello che forse non si è mai visto per le strade del paese, nei corridoi del potere: una faccia pulita, un’ alternativa vera. Quella che potrebbe liberare gli alfieri e dare scacco al re.
Michela Iaccarino |